Alla ricerca dei «Significati condivisi». Del Giudice parla della nuova edizione di Fondamenta
sulla socialità, sulle guerre e sul diritto internazionale (pubblicato su La nuova Venezia del 12 giugno 2002)
La quarta edizione di Fondamenta ha per titolo «Significati condivisi». In qualunque altro posto, una manifestazione del genere sarebbe il fiore all'occhiello della città. Ma Venezia, si sa, ha biennali, mostre, concerti. E allora, la grandezza di Fondamenta la noti solo se ci vai. Se prendi un vaporetto e arrivi in Campo Sant'Angelo, oppure se ci passi per caso, magari dopo avere fatto la spesa, mentre sta parlando José Saramago o Ian McEwan, Andrea Zanzotto o Gherardo Colombo. Passi vicino al tendone aperto di Fondamenta e capisci subito di cosa si tratta. Di un'invenzione. Semplice, ma proprio per questo affascinante. Ne è autore lo scrittore Daniele Del Giudice. E soltanto uno scrittore poteva mettere insieme nomi, idee, argomenti come si fa a Fondamenta. «Fondamenta - dice Daniele Del Giudice - l'ho vista come un servizio a Venezia. Il lavoro dello scrittore non è bello a vedersi, i libri si scrivono in solitudine».
«Io non ho nessuna simpatia per i lavori solitari e Fondamenta è stata la possibilità di scrivere con altri attraverso il corpo, l'azione, la presenza, la partecipazione. Sapevo che si poteva portare la realtà in campo, sotto a un tendone. Fondamenta è al tempo stesso una manifestazione a cielo aperto, una rivista parlata, un gruppo di laboratorio. Si poteva tentare insomma, anche se non è il mio mestiere. Ma proprio per questo valeva la pena di farlo al meglio».
Una delle particolarità dei protagonisti di Fondamenta è quella di non essere necessariamente legati al mondo della letteratura o della cultura.
«È vero. A noi non interessano le bibliografie. Spesso troviamo più interessanti certe esperienze, certi modi del fare e dell'agire. Per questo abbiamo una particolare attenzione per gli scienziati, i magistrati ma anche per il mondo del volontariato o quello militare, com'è stato per i comboniani e quest'anno per due colonnelli cinesi».
Che cosa sono i «Significati condivisi»?
«Sono quelli che ciascuno cerca per trovare un orientamento e mettere insieme il proprio percorso di persona con gli altri. Ma "Significati condivisi" sono anche quelli capaci di aggregare comunità e socialità. Questo bisogno di significati ci serve per affrontare ciò che sta accadendo. Le mutazioni che riguardano proprio la soggettività sociale che diventa immediatamente politica. La vera distinzione non passa più nella differenza fra destra e sinistra, rimaste com'erano: una semplice disposizione in un emiciclo parlamentare. La vera differenza è tra le persone, le figure dell'individualismo compiuto, assoluto e le figure, le persone che pensano, che sono e vivono nella relazione con gli altri, che dagli altri si sentono determinati e che dell'essere con gli altri hanno un vero e proprio bisogno».
Fondamenta è ogni volta suddiviso in quattro sezioni.
«Sì. Quattro stringhe o percorsi. Il primo, "Nel conflitto", contiene sia il conflitto militare, la guerra e ciò che è cambiato nel modo di fare guerra, sia il desiderio di conflittualità che era già percepibile prima delle elezioni politiche dello scorso anno. Che era già nell'aria prima ancora di Genova. Un bisogno di conflittualità che cercava appunto dei significati condivisi in cui realizzarsi. Nel conflitto ci stanno ovviamente le nuove forme della conflittualità sociale, le nuove forme della conflittualità nella democrazia, le nuove forme della conflittualità politica. In questa stringa ci sono interventi molto importanti. A partire da quello dei cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui. Si tratta di due colonnelli che nel 1996 hanno scritto un manuale sulle tecnologie delle nuove guerre destinato a uso interno delle forze armate cinesi. Avevano già iniziato a mettere in fila gli attentati contro le istituzioni americane nel mondo, avevano già individuato Bin Laden e in questo manuale descrivevano le nuove guerre comeguerre assimmetriche, cioè tra potenze militari convenzionali e forme inedite di belligeranza. C'era già in quel manuale una frase che diceva: "Un giorno potreste svegliarvi e rendervi conto che gli oggetti di uso quotidiano sono diventati delle armi" e parlavano di aerei civili usati come missili. Trovare il modo di far venire a Venezia i due autori, che sono sì due colonnelli, ma anche due commissari politici e due membri dell'Unione scrittori cinesi, è stata a dir poco una peripezia».
Altro percorso, conseguente al precedente, è «Modi del vivere. Modi di morire».
«Sì. Lo apre lo scrittore israeliano Alon Altaras. A lui ho chiesto una messa a fuoco specifica, vale a dire la gioventù. È inutile affrontare l'enorme e annosa questione israelo-palestinese. Prendere invece un tratto che riguarda l'esperienza esistenziale, sì. Chi sono questi ragazzi e ragazze israeliani che alle sei del pomeriggio vanno al bar e allo stesso momento vengono raggiunti da ragazzi e ragazze palestinesi che si uccidono per uccidere? Poi Altaras racconta che anche per i palestinesi Israele si presenti come gioventù, vale a dire i militari, l'esercito. Sono ragazzi ventenni quelli che vanno a fare le rappresaglie. Una gioventù contro l'altra. Mandata a morire da vecchi leader assai poco inclini alla pace».
Vedo il nome del giudice Felice Casson, nel programma.
«Sì, nella stringa "Ex lege, sine lege", che riguarda il diritto internazionale, la storia e il fare giustizia. Sempre di più la storia passa attraverso i tribunali e questo è un fatto fondamentale. Però c'è una specie di dislivello tra ciò che un tribunale può fare in termini di chiarezza, conoscenza storica e dunque memoria e quanto può fare in termini di risarcimento morale per le vittime che di quel processo sono i destinatari insieme ai colpevoli. Tra i relatori, Felice Casson ha provocatoriamente intitolato la sua lectio magistralis "Esiste davvero il diritto penale internazionale?", quindi comprendendo sia le indagini, sia i processi. Da un lato il tribunale internazionale è una conquista di grandissimo rilievo. Dall'altro, i poteri veri della giustizia internazionale sono limitati dalle potenze degli stati in gioco. Esempio: gli Usa prendono i militanti di Al Qaeda e li portano a Guantanamo. È molto più difficile poter pensare che un americano possa essere preso e processato a Kabul. C'è insomma il limite del più forte, anche in questo caso».
Un'ultima curiosità. Come è recepita Fondamenta da parte dell'amministrazione comunale?
«Diciamo che Fondamenta non porta né ritorni economici né ritorni elettorali...».