30.6.02

All'italiana
(uscito sul Corriere delle Alpi del 28 giugno 2002)

Estate 2002, gita al mare per il ragionier Brambilla che poi è già in ritardo e partire verso mezzogiorno non è proprio il momento più indicato, viste le temperature. Al casello dell'autostrada, arriva sempre col braccio troppo lontano dallo sputa-tagliandi, così mentre scende, nota anche il cartello con su scritto che è obbligo accendere i fari di giorno, adesso, in autostrada. Pena, una multa. Ma il ragionier Brambilla non lo freghi mica. Lui i giornali li legge e sa che per un disguido, per un punto e virgola o roba del genere, i fari accesi sono obbligatori, sì, ma la multa non te la possono dare. Per via di quel punto e virgola, appunto. E allora lui un po' li accende, un po' li spegne e se la ride per questa solita figuraccia tipicamente italiana. Del resto, vogliamo parlare dell'obbligo della cintura? Conoscete qualcuno che abbia mai preso una multa per non averla allacciata?
Chissà a chi è venuta l'idea dei fari accesi durante il giorno. Un brillante - è proprio il caso di dirlo - signore del ministero dei trasporti deve essersi detto che visto che in molti paesi del nord Europa lo fanno, sarebbe stato giusto farlo pure noi. Bisogna unifromarsi, no? Tipico atteggiamento italiano, quello che porta molti studenti a sbagliare il compito perché se il compagno ha scritto il contrario è ovvio che deve avere ragione lui. Già. Prendete gli scandinavi: sono più civili, più educati, più precisi e puntuali di noi. Lo dicono tutti. E tengono i fari accesi anche di giorno. E allora per diventare civili, educati, precisi e puntuali come loro basta tenere i fari accesi anche noi, no? Semplice. Poi, che da loro sia sempre buio per tre quarti dell'anno e che noi si sia sempre di più un paese tropicale, questo, al brillante signore del ministero dei trasporti non è certo venuto in mente. Questa dei fari è un po' come le torrette "baywatch" al mare. Se andate per esempio a Jesolo ne trovate una ogni pochi metri. Brutte e ingombranti, ma tanto chic. Se ce le hanno in California, perché non dobbiamo averle anche noi? Poi, che in California il mare dell'Oceano abbia onde alte metri e metri e che il nostro Adriatico sia praticamente piatto, questo poco importa. Restano i bagnini palestrati, quelli sì, li trovi anche dalle nostre parti. Così, statene certi, il ragionier Brambilla, appena spenti i fari e arrivato in spiaggia, si beccherà l'ombrellone dietro alla capanna con le palafitte e dovrà godersi lo spettacolo di bicipiti luccicanti e neanche l'ombra di una Pamela Anderson. L'ombrellone, ovvio, costa una buona dose di euro. Anzi, come tutto il resto, è stato arrotondato alla virgola (senza il punto, stavolta) superiore. Però, volete mettere. Ci diranno che siamo bravi come gli scandinavi. Previdenti come i californiani. E gli esempi potrebbero continuare. Per fortuna, poi, basta uno un po' distratto, che dimentica un punto e virgola, e ci confermiamo per quello che siamo: inesorabilmente italiani.

25.6.02

Un paio di mesi fa scrivevo l'intervento che leggerete qui di seguito, pubblicato dall'Altoadige. Alla luce delle notizie giunte dall'Israele riguardo Silvia e gli altri ragazzi che cercavano di raggiungere la Palestina, credo sia giusto riproporlo.
silvia
Fa uno strano effetto parlare al telefono con Silvia sapendo che sta a Ramallah. Mandarle sms e poi chiamare come si fa tutti i giorni, semplicemente, e una volta ti risponde dall'università, l'altra da casa. Da qualche giorno i gesti sono sempre gli stessi, sia per chiamare che per digitare un sms, solo che lei ti risponde dai territori occupati. Da quello che oggi è il cuore del mondo. Silvia ha 24 anni e studia giurisprudenza a Padova. Frequenta il centro sociale Rivolta e con altre decine di pacifisti è partita per la Palestina il 27 marzo scorso. Doveva essere un viaggio come altri che quei ragazzi hanno compiuto nei mesi passati. Portare laggiù solidarietà e chiedere ad alta voce la pace. Iniziative fatte senza i riflettori delle telecamere, senza troppa pubblicità e con l'entusiasmo e la consapevolezza di sempre. Questa volta, però, si sono trovati nel centro di una guerra. E invece di scappare, di ritornarsene a casa, hanno deciso di restare. Di mettersi letteralmente in mezzo a qualcosa che qualche stolto uomo politico dice non dovrebbe riguardarli. Come se chiedere la pace per un popolo intero, come se contrastare un esercito di carri armati non fossero invece cose che riguardano ognuno di noi, ovvero l'umanità intera. Loro, Silvia e i suoi compagni, lo hanno capito da tanto. Sanno che è giusto e doveroso farlo. E lo fanno. Sono i ragazzi del movimento, della moltitudine, quelli che sono stati a Genova, a Porto Alegre, a Barcellona, alla manifestazione di Roma. E che quando non stanno sotto l'occhio delle telecamere si danno da fare nel sociale dando una mano a emarginati, immigrati, tossicodipendenti. Adesso sono chiusi nell'ospedale di Ramallah e danno una mano come possono. Ma soprattutto sanno che la loro presenza lì dentro dà fastidio. Non ai medici palestinesi. No. Danno fastidio all'esercito israeliano. Danno fastidio a Sharon. Danno fastidio a quegli uomini politici incapaci di far politica. Danno fastidio agli intellettuali da salotto che si accapigliano in beghe personali. E danno fastidio a noi stessi. A quelli che sanno che è giusto essere lÏ ma mai avranno il coraggio di prendere un aereo e andarci. La loro scelta di stare a Ramallah ha acceso una lampadina dentro le teste di noi indifferenti. Ci ha ridestati dall'assuefazione da notizie.
C'è da essere orgogliosi di gente come Silvia. Gente che mai e poi mai si sognerà di rinfacciarci il nostro starcene seduti in poltrona ma che ci fa guardare con imbarazzo i cuscini su cui posiamo le nostre membra indifferenti. I ragazzi di Ramallah sono il segno di una società civile forte e attenta, fastidiosa e presente, determinata e autentica. Una società civile capace di assumersi responsabilità fino a poco tempo fa inaudite e che ora rappresenta invece un modo nuovo e formidabile di contrapporsi alla forza, alla violenza, alla sopraffazione. Una lezione per la politica.
In un paese - il nostro - che se da una parte ha smarrito del tutto valori, ideali e sentimenti, dall'altra vede oggi la presenza e l'azione di questi ragazzi che ci dicono ancora una volta qualcosa su cui forse non dobbiamo più dubitare: un mondo diverso è possibile. Grazie a loro.
Dalla Nuova Venezia del 25 giugno 2002
«Rinchiusi nel locale caldaia
senza finestre, acqua e cibo»
IL RACCONTO Nella stanza anche una donna incinta


e.t.

VENEZIA. «Ci hanno chiuso in una vecchia stanza che ospitava una caldaia, senza finestre e ci hanno lasciato là - con noi anche un bambino e una donna incinta - senza darci né da mangiare, né da bere e impedendoci per tutta la notte di dormire, accendendo e spegnendo la luce in continuazione e aprendo e chiudendo la porta di ferro».
E' il racconto di Silvia Foffano, una delle tre pacifiste veneziane fermate e poi espulse dal Governo israeliano, dopo essere state trattenute per un giorno e mezzo dalla polizia.
«Siamo già state qui in dicembre e in aprile - racconta Silvia - quando siame arrivate fino a Ramallah e ora eravamo pronte a tornare, con i nostri compagni, per prendere parte alla grande catena umana in programma sabato a Gerusalemme, invitate sia da organizzazioni israeliane, come Peace Now, sia da gruppi palestinesi, proprio per il carattere unitario che voleva avere questa manifestazione. Ma abbiamo capito subito che non ci avrebbero permesso di entrare. Ci sono stati subito sequestrati i passaporti, siamo stati perquisiti e interrogati per sei ore, sino alle 21. La polizia voleva sapere cosa avremmo fatto al di là della manifestazione e sapere quali erano i nostri contatti palestinesi. Quindi, separando gli uomini dalle donne, ci hanno rinchiusi in un locale caldaia, senza finestre, sorvegliati a vista. A sera ci hanno dato una bottiglia d'acqua per gli uomini e una per le donne e niente da mangiare. Solo l'intervento del console italiano a Tel Aviv che ha fatto di persona la spesa e ci ha portato qualcosa, ha fatto sì che potessimo avere un po' di cibo. Un agente ci ha detto anche che saremmo stati espulsi per cinque anni da Israele, senza aver fatto nulla. Abbiamo dormito sul pavimento, sperando di poter entrare in Israele, ma sapendo che poi ci avrebbero rimpatriato». Così non è stato, ad esempio, per una delegazione della Cgil - invitata dal sindacato israeliano - e per una comitiva di pellegrini, che hanno potuto entrare sul territorio di Israele.
«L'ostilità - spiega ancora Silvia - è nei confronti di noi pacifisti, perché ci vedono come filopalestinesi e l'ambiguità sta nel fatto che il governo israeliano ha aurorizzato la catena umana di sabato fuori delle mura di Gerusalemme, ma poi impedisce ai pacifisti di parteciparvi». Nel pomeriggio di ieri la fine della difficile esperienza, con il rimpatrio per tutto il gruppo in aereo, con destinazione Milano, ma anche l'amarezza di aver visto negati, senza motivo, i propri diritti.

Dalla Nuova Venezia del 25 giugno 2002 Ci sono tre ragazze veneziane nel gruppo di italiani tenuti in stato di fermo all'aeroporto israeliano e poi espulsi


e.t.

VENEZIA. Trattenute in stato di fermo per oltre quaranta ore e poi espulse da Israele. E' quanto accaduto a tre ragazze veneziane che facevano parte del gruppo di sedici pacifisti italiani sbarcati ieri all'aeroporto di Tel Aviv per prendere parte alla catena umana contro le violenze prevista per sabato a Gerusalemme. Protesta ufficiale del Comune di Venezia avanzata attraverso il Governo.
«Le ragazze - spiega l'assessore al Centro Pace Paolo Cacciari - facevano parte della delegazione veneziana prevista per la manifestazione e il loro viaggio era finanziato dallo stesso Centro Pace. Per domani è prevista la partenza per Israele della delegazione comunale, di cui faccio parte io, il presidente del Consiglio comunale Mara Rumiz, quella della Consulta delle Donne Mara Bianca e il responsabile del Centro Donna Alberta Basaglia. Contiamo comunque di partire, ma ormai è chiaro che il governo israeliano ha chiuso le frontiere ai pacifisti e questo è un fatto molto grave, su cui chiederemo una protesta ufficiale da parte del nostro governo. Queste giovani e i loro compagni sono stati trattati come criminali indesiderabili, pur non avendo fatto nulla di male».
Il sindaco Paolo Costa, ritenendo il forzato rimpatrio immotivato e ostile al processo di pace, ha chiesto infatti al Governo italiano di esprimere una ferma protesta a quello israeliano.
Le tre ragazze veneziane - che fanno parte di un gruppo di 16 pacisti italiani imbarcatisi a Milano e tutti rispediti in Italia in aereo ieri pomeriggio - si chiamano Silvia Foffano e Gloria Bertasi, dell'associazione Ya Basta e Alberta Buzzaccarin, del Venezia Social Forum. Nei giorni scorsi altri due gruppi di pacifisti provenienti dall'Italia sono stati rispediti nel nostro paese con il primo volo utile.
Il deputato dei Verdi Mauro Bulgarelli, insieme al collega di Rifondazione Giovanni Russo Spena, entrambi in procinto di partire per Israele e Palestina, hanno chiesto un incontro urgente al Presidente della Camera e sollecitato un intervento del Ministro degli Esteri.
«E' inammissibile - hanno dichiarato Bulgarelli e Russo Spena - il trattamento cui vengono sottoposti - senza ragione - i nostri concittadini che hanno l'unica colpa di credere nella pace tra i due popoli. Sono trattati come criminali. Questo e altri casi di violazione del diritto alla circolazione devono aprire una seria riflessione sui rapporti tra Italia e Israele».
«Abbiamo parlato con il viceconsole Ghini a Gerusalemme - spiega ancora Cacciari - per sbloccare la situazione dei pacifisti fermati dalla polizia, ma ormai è chiaro che Israele non vuole la loro partecipazione alla manifestazione del 29, pur autorizzata dal Governo».
Duro il trattamento a cui le tre pacifiste veneziane e i loro colleghi sono state sottoposte nelle lunghe ore di attesa a Tel Aviv - come riferiamo a parte - con interrogatori e uno stato di detenzione di fatto, in attesa del reimpatrio. La manifestazione del 29 prevede la creazione di una catena umana di migliaia di persone formata da israeliani, palestinesi e cittadini stranieri intorno alle mura di Gerusalemme, con lo scopo di protestare civilmente contro la catena di violenze innestatasi in Palestina e in Israele.

La terza parte del diario dal Giappone del mio amico scrittore Jean-Philippe Toussaint (http://www.jean-philippe-toussaint.de). Forse dovrei tradurlo, ma non ne ho il tempo... scusate... il diario è pubblicato da Libération.

lundi 24 juin 2002

Jours de juin au Japon
C'est l'été à Kyoto, qu'importe le foot...


 
Par Jean-Philippe TOUSSAINT

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J'ai connu des stades combles et des cafés déserts. J'ai vu des matchs dans des bouis-bouis à nouilles aux murs décorés de photos pléonastiques des plats qu'on mange, avec, en haut, dans un coin, un petit téléviseur carré sur une étagère, qui diffuse le match du jour et m'a fait revenir en mémoire un petit téléviseur comparable, neigeux et brouillé, d'un café de Sienne, en Italie, où j'ai suivi la finale de la Coupe du monde entre les Pays-Bas et l'Argentine en 1978. J'ai suivi, tard le soir, des matchs dans des cafés branchés de Shibuya ou d'Omote Sando, aux murs nus et rougeoyants, où l'on ne sait plus très bien si l'on se trouve dans un café ou dans une galerie d'art contemporain, devant l'écran géant où s'agitent muettement des joueurs de football de quatre mètres de haut, aux allures de silhouettes chiffonnées de Bacon, sur fond de musique produite par l'atelier «l'Appareil photo» de mon ami Schoichi Kajino. Les consommateurs, non plus, ne savent pas très bien où ils se trouvent, plutôt indifférents au match, avant que quelques cris déchirants lors des prolongations ne les sortent de leur torpeur et qu'ils se tordent le cou pour regarder avec scepticisme l'écran géant derrière eux.

J'ai vu un match décisif de l'équipe du Japon dans un amphithéâtre bondé de l'université Meiji Gakuin, les tables et les chaises rangées contre les murs, étudiants et professeurs assis par terre en tailleur, ou en amazone sur les tables, debout contre les murs et adossés aux portes, et j'ai vibré à l'unisson du public japonais, me retournant pour claquer avec enthousiasme des paumes de jeunes filles pour saluer les buts de Morishima et de Nakata, avant de prendre la parole, à l'issue du match, dans une salle redevenue plus sage et plus studieuse, non pas comme écrivain, ma première casquette, ni comme cinéaste, ma deuxième, mais comme amateur de football (ma troisième casquette, la rouge, avec «Belgium» tracé dessus en lettres d'or), en compagnie du professeur G., qui a publié deux livres savants sur le football et est par ailleurs spécialiste de Valéry (longtemps, j'ai cru que c'était de Proust).

Mais ce que je n'avais encore jamais fait, c'est écouter un match de football à la radio... japonaise. Par quelque malencontreux hasard, une de mes conférences avait été programmée à l'heure même du huitième de finale Japon-Turquie, et, sitôt la conférence terminée, sachant qu'il restait encore quelques minutes de jeu avant la fin de la rencontre et d'éventuelles prolongations, accompagné de mes hôtes et d'un petit groupe d'étudiants courant à mes côtés dans les escaliers, nous avons traversé le campus désert à la recherche d'un hypothétique téléviseur avant de nous rabattre, dans le département de français, sur un poste de radio autour duquel quelques personnes étaient déjà rassemblées, pour suivre la fin du match en leur compagnie. Les bras croisés, sérieux et concentré, j'écoutais le reportage avec attention, malgré l'absence de traduction simultanée qui m'aurait permis de comprendre ce qui se passait sur le terrain (sans faire d'énormes progrès, je commence quand même à comprendre quelques mots japonais, comme corner, penalty ou free-kick). Les sens aux aguets, je lisais avec inquiétude les expressions sur les visages des étudiants, tandis que mes oreilles, dressées telles celles d'un chat, guettaient le danger ou les promesses de but en tâchant d'interpréter les variations d'intensité de la voix du commentateur, qui allait d'un ronronnement régulier lors des phases de jeu au milieu du terrain au rapide crescendo à l'approche des buts adverses, jusqu'à la brève crise d'hystérie, proche de l'apoplexie, au moment du centre et de la tentative, généralement manquée, de reprise de volée.

Depuis quelques jours, je ne croise plus de maillot de football dans les rues. C'est l'heure du repos, des journées de battement et de récupération avant les dernières rencontres, je n'ai plus de billets pour les stades avant les demi-finales et la finale, et, de surcroît, je suis à Kyoto, qui, de toute façon, n'a jamais été très porté sur le football. Même le Pig and Whistle, l'illustre pub anglais des abords de Sanjo, semble avoir fait sienne la retenue de la ville et affiche à l'entrée une longue liste d'interdictions à l'adresse des supporters éventuels, certaines pleines de bon sens («Entrée interdite lorsque la salle est comble»), la dernière plus surprenante pour un bar qui diffuse du football («Entrée interdite aux personnes vêtues d'un maillot d'une équipe de football»). Mais c'est Kyoto, c'est l'été à Kyoto, qu'importe le football, le temps passe, et, sur les ponts, s'éloignent de fugitives silhouettes féminines à bicyclette, une ombrelle à la main. J'écoute le silence, et, au loin, se font entendre des bruits d'eau diffus.

24.6.02

Fuochi da raccontare (uscirà sul numero di luglio 2002 di Venezia News)
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Mica li puoi raccontare, i fuochi d'artificio. Impossibile. Ogni volta che chiedete a qualcuno "dimmi com'erano", riceverete risposte differenti. Chi li paragonerà a dei quadri, chi a dei mosaici, chi a dei fiori, scoprendo in questo modo che ognuno, nei fuochi d'artificio vede ciò che vuole. Sono il momento centrale della festa del Redentore, i fuochi. Anzi, i foghi. Qualche anno fa, proprio qui a Venezia, alla Mostra del Cinema, abbiamo scoperto che in giapponese fuochi d'artificio si dice Hana-bi, titolo di un meravigilioso film del regista Takeshi Kitano, Leone d'oro 1997.
Uno scrittore però è riuscito a trovare il modo di descriverli i fuochi. Daniele Del Giudice, nel romanzo Atlante occidentale, uscito da Einaudi nel 1985. Pietro Brahe, un fisico, chiede a Ira Epstein, scrittore, di raccontargli che cosa a visto. Sono appena terminati i fuochi sul lago di Ginevra. È una specie di sfida fra i due. "Ci furono due botti secchi, senza luce, e i fuochi cominciarono". Poi, poche righe più avanti: "Linee traccianti entravano dal basso nel riquadro di cielo buio, esplodevano in alto con un boato perforante, si divaricavano in un punto dove la materia diventava luce, probabilmente il sodio luce gialla, il bario luce verde, il rame luce azzurra, il magnesio luce bianca, lo stronzio luce rossa e il calomelano... Lei conosce il calomelano?...". E il racconto proseguirà, con i fuochi che diventano fiori attraverso però la loro composizione chimica. Del Giudice ce l'ha fatta, dunque, a raccontare i fuochi.
Cinema, letteratura. E per la musica - non c'è niente da fare - a me viene in mente il rock. In particolare un gruppo, anzi un concerto. Un famigerato concerto. "Pink Floyd a Venezia".Avete presente? Oi 'ndemo veder i Pin Floi, memorabile brano sull'evento scritto dai Pitura Freska. Era il 1989, era la notte dei fuochi e prima delle esplosioni di luce ci furono quelle musicali dei Pink Floyd. Famigerato, il concerto, perché erano in molti a non volerlo. E in molti lo usarono in modo becero come demagogica bandierina per piccole beghe politiche interne. Invece fu uno spettacolo unico. Irripetibile. Il palco dei Pink Floyd sull'acqua, il gioco delle loro luci che si riverberava sulla laguna e rimbalzava contro il campanile di San Marco. Attorno a loro migliaia di barche e, in riva, un mare di gente. Fu una giornata strana, quella. Certamente il Redentore più particolare del secolo. L'Actv ebbe la bella pensata di indire uno sciopero di ventiquattro ore proprio quel giorno. La gente arrivò soltanto in treno. Nei giorni precedenti non si fece altro che parlare di chi sarebbe venuto a vedere quel concerto: drogati, stupratori, teppisti. C'era un allarme a dir poco disgustoso. Secondo molti veneziani, il popolo del rock era soltanto robaccia. Girai per Venezia, quel pomeriggio. Per vederlo da vicino, quel popolo. E per ascoltare gli abitanti di questa città. Verso le quattro c'erano già un paio di accoltellati, una quantità di stupri e un bel po' di negozi devastati. Come tutti sanno, non successe nulla. Proprio nulla. E quel popolo del rock diede una lezione di civiltà e passione a questa città. Che però continuò, nei giorni successivi, ad abusare di quel concerto. Qualcuno non mandò subito i netturbini a pulire la piazza e l'immagine di San Marco piena di immondizie fece il giro del mondo. Un brillante giornalista della Rai fece di peggio, ma è meglio non dire cosa. Erano gli anni delle ordinanze contro i saccopelisti, del divieto di cantare O sole mio in gondola. Gli anni dell'assessore Salvadori che adesso, per fortuna, si limita a urlare "Forza Venezia" allo stadio.
Fu un Redentore indimenticabile. Un concerto indimenticabile. Lo vidi in barca e lo ascoltai per radio, dove veniva trasmesso in diretta. Il volume, per non danneggiare Palazzo Ducale, Procuratie, eccetera, venne infatti fatto abbassare dalla Sovrintendenza e chi con la barca stava di lato al palco, aveva un sonoro assai debole. Improvvisamente, i Pink Floyd, invece di essere uno dei complessi rock che hanno cambiato la storia della musica, diventarono l'emblema di tutti i mali di Venezia. Per fortuna, mesi dopo, di quel concerto uscì il bootleg e io spesso lo riascolto.
Certo, il Redentore è un'altra cosa. Quella volta i veneziani si sentirono un po' scippati della loro festa che divenne invece un evento in mondo visione. Ma una volta ogni tanto, perché no?
Comunque, un Redentore come quello non c'è più stato, né, c'è da giurarci, ci sarà mai. Così anche quest'anno, come tutti gli anni, ci sarà gente che fin dai giorni precedenti preparerà gli addobbi alla propria barca, che fin dal mattino porterà giù i tavoli per le mangiate in riva, che salperà prestissimo per avere la barca proprio sotto i foghi e provare quell'emozione unica di essere investiti di luce. È già aperta la caccia alle terrazze meglio piazzate. In tanti le stanno provando tutte per farsi invitare da tizio o da caio per vedere i fuochi dall'alto.
E come ogni anno, scopriremo di nuovo l'abilità che hanno certi foresti - tipo imprenditori lùmbard - nel procurarsi barconi, marinai, di essere puntuali all'avvenimento pur arrivando da lontano, pur non sapendone nulla, pur prendendo il Redentore come l'idiota festicciola fatta nel giardino di casa dove invitare i vip di turno. Ce ne sono di abilissimi, capaci di mettere in moto situazioni complicatissime. E di fare - convinti e contenti loro - dei figuroni per i quali vantarsi mesi e mesi. Salvo poi venire a sapere che i "poveretti" sono stati capaci di sborsare - "par far i fighi", si direbbe dalle nostre parti - cifre con le quali potresti farti una vacanza di due settimane in Grecia o in Spagna. Contenti loro.
Io faccio parte invece di quella categoria che decide - se decide - tutto all'ultimo momento. Di quelli un po' rompiballe che dicono sì, non so, vedremo. Uno di quelli che preferisce i piedi alla barca. Per potersi spostare fra la gente, vedere facce, storie, incontri. Poter attraversare il ponte di barche dalle Zattere alla Giudecca e viceversa. Dopo magari essere andato alla pesca del Redentore e portar via quei premi così kitsch, così improbabili, e per questo, forse, così preziosi. E poi allora mi succede come quella volta, quando avrei dovuto salire sulla barca dove c'era lei, anni e anni fa. Lei che veniva da lontano e le dissi -idiota - sì non so, vedremo. Baciò un altro, lei, quella notte, sotto i fuochi del Redentore.



Festa del Redentore
Nel 2002 la festa del Redentore si terrà il 20 e 21 luglio
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La Festa del "Redentore", una delle più antiche feste popolari veneziane, si celebra ogni anno nel terzo fine settimana di luglio: è la festa più amata e più sentita dai veneziani che vede, per un rito che si ripete da 400 anni, centinaia di barche radunarsi nel bacino di San Marco ad ammirare e ad attendere i fuochi d'artificio di mezzanotte.
La storia racconta che, dopo tre anni di terribile epidemia, il doge Sebastiano Venier sciolse il voto, fatto dal suo predecessore Alvise Mocenigo, di erigere un tempio di ringraziamento al Redentore, nell'isola della Giudecca. L'incarico fu affidato al Palladio che nel 1579 pose la prima pietra: fu poi consacrato nel 1592. Il 21 luglio 1578, nel luogo in cui si era deciso fosse eretto il tempio, fu costruito un altare con tabernacolo all'aperto ed in 4 giorni si gettò attraverso il canale della Giudecca un ponte formato da 80 galee. Una folla immensa di veneziani, scampati alla terribile epidemia, lo attraversò consapevole che i lutti e le disgrazie erano terminati. Quando fu costruito il tempio, il doge stabilì che la terza domenica di luglio fosse destinata al pellegrinaggio. Ben presto la gente, per paura di non trovare posto per la cerimonia, arrivava alla Giudecca la sera prima e lì trascorreva tutta la notte per poi attendere il sorgere del sole al Lido.
Nonostante siano passati più di 4 secoli dalla sua istituzione, la festa del "Redentore" continua a svolgersi negli stessi luoghi e con le stesse modalità. La città è unita alla Giudecca da un ponte che attraversa il canale della Giudecca e che viene montato su moderne piattaforme galleggianti.
Il carattere di festa popolare è rimasto intatto: i veneziani sono i veri protagonisti della festa con le loro barche squisitamente preparate, con le altane, le terrazze e i campielli illuminati da migliaia di luci: circa 1.500 sono le imbarcazioni che si radunano in bacino San Marco mentre si può calcolare che 30.000 siano le persone che, dall'acqua e dalle rive assistono alla festa.
La festa ha il suo culmine verso mezzanotte con i fuochi d'artificio, dislocati su pontoni distribuiti lungo un fronte di 400 metri tra il bacino di San Marco e il canale della Giudecca. Dal 1978 sono accompagnati da musiche e sono, per unanime giudizio, tra i più belli del mondo. Finiti i "fuochi" le barche si avviano al Lido dove attendono, per tradizione, il sorgere del sole.
La domenica è invece dedicata alle celebrazioni religiose di ringraziamento, alle quali partecipano tutte le autorità civili e religiose ed alle competizioni sportive: una regata di giovani su pupparini (imbarcazioni veloci usate un tempo per la vigilanza marittima) e una regata dei campioni su gondole a due remi.


21.6.02

Il diario dal Giappone del mio amico scrittore Jean-Philippe Toussaint (http://www.jean-philippe-toussaint.de). Forse dovrei tradurlo, ma non ne ho il tempo... scusate... il diario è pubblicato da Libération.

lundi 17 juin 2002

Jours de juin au Japon
J'aurais pu être le voisin de Zidane


Par Jean-Philippe TOUSSAINT
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Presque 30 degrés en permanence depuis mon arrivée au Japon, temps lourd et humide sur Tokyo, ciel uniformément bleu dans le Kansaï, légèrement venté, avec, ici et là, au détour d'une porte coulissante qui s'entrouvre à l'improviste sur la baie d'Osaka, une bouffée d'air de la mer qui vous prend au visage. Partout, ici, dans les magasins et les hôtels, dans les restaurants et dans les trains, ronronnent d'imperturbables climatiseurs qui diffusent un air glacial dans les espaces publics, si bien que, si l'on crève de chaud dans les stades, on grelotte dans les trains qui y conduisent. Curieux, quand même, que les Japonais, qui surchauffent en hiver autant qu'ils climatisent avec ardeur en été, préfèrent ainsi avoir trop chaud en hiver et trop froid en été (alors que le contraire leur ferait économiser des milliards de yens). Le stade de Kobe, au milieu de l'après-midi, est une fournaise. Au retour des matchs, debout dans une rame de métro glacée, le visage humide et les vêtements collés sur le corps où sèche une sueur poisseuse, j'ai besoin autant que les joueurs d'une bonne douche d'après-match pour me remettre d'aplomb. Si mon propre calendrier est assez espacé et me permet une relative récupération entre les rencontres, il m'est quand même arrivé de devoir jongler avec la géographie et les horaires, car j'avais un match qui se terminait un soir à Tokyo et un autre qui commençait le lendemain en début d'après-midi à Kobe. Mais le Shinkansen n'a plus de secret pour moi, pas plus que le Shinkaisoku, le Kaisoku et le Futsu, qui permettent de rejoindre Hyogo et le stade de Kobe.

Je suis depuis quelques jours de nouveau à Tokyo, à Meguro, dans la chambre d'hôte de l'université Meiji Gakuin. C'est un quartier calme, résidentiel et boisé, qui me rappelle un peu Kyoto, avec d'étroites rues en pente que bordent de petites maisons blanches. Le premier jour, je me suis réveillé vers 6 heures du matin, et je suis sorti dans les ruelles désertes, où brillait déjà un soleil brûlant, pour aller prendre le petit déjeuner. J'hésitais et je tergiversais, quand je fus attiré par une demeure somptueuse aux allures de musée, de temple ou de manoir. Derrière le mur d'enceinte, l'endroit, silencieux, était désert, quelques camionnettes aux armes de l'hôtel étaient à l'abandon sur le parking. Je progressais en lisière du parc vers le bâtiment principal, à la recherche de la réception où j'espérais trouver un journal en anglais, quand je tombai nez à nez avec un maillot de football géant, en tissu bleu, d'au moins cinq mètres de haut sur trois mètres de large, avec l'écusson FFF de la fédération française brodé sur la poitrine, qui se dressait là sur le parking entre deux potences métalliques qui le maintenaient écartelé, immobile dans le matin paisible. Aucune brise ne lui faisait frissonner les aisselles, et il paraissait crucifié, ce maillot bleu de l'équipe de France, qui, quelques heures plus tard, allait être mis en berne et jeté aux oubliettes de cette dix-septième Coupe du monde, tandis que les réservations des joueurs seraient annulées ; les malles, renvoyées ; les cadeaux et les fleurs, décommandés. Je revins sur mes pas en saluant cette curieuse coïncidence qui m'avait fait tomber par hasard sur l'hôtel qu'aurait dû occuper l'équipe de France si elle avait poursuivi son parcours au Japon, et je quittai le parc en songeant avec mélancolie que j'aurais pu être voisin de Zidane à Tokyo.

Si la révélation de ce premier tour est sans doute l'équipe du Japon, dont le jeu aéré, fluide et séduisant, enthousiasme des foules de sages jeunes filles en maillot bleu et de punkettes en kimono, la vraie surprise, me semble-t-il, c'est que le Japon aligne une équipe de blondinets. Là où leurs adversaires du même groupe, les Russes et les Belges, ont l'air tout droit sortis du XXe siècle, avec leur allure ringarde de militaires ou de sportifs, cheveux courts et oreilles dégagées, et, à la rigueur, une boucle d'oreille de camionneur au lobe de l'oreille (mais pas le moindre piercing sur la langue), les Japonais ont une équipe de stars, de chanteurs de rock et de jeunes premiers, où brillent au hasard des mèches folles de leurs têtes juvéniles toutes les nuances vénitiennes du blond et de l'auburn, sans compter la crête rouge orange iroquois de Kazuyuki Toda, le masque de fer, Jean-Paul Gaultier à mort, de Tsuneyasu Miyamoto, et le toujours efficace crâne rasé de Shinji Ono, déjà un classique, que l'on retrouve aussi bien chez Roberto Carlos que chez Jancker, chez Pier Luigi Collina que chez moi-même, le bon vieux look boule à zéro qu'on pourrait dire issu d'une brillante tradition française qui compte aussi bien Barthez que Foucault.

19.6.02

Vergogna sì, ma al contrario (uscirà il 20 giugno 2002 su Nuova Venezia e Altoadige)
Un negoziante di Venezia ieri mattina ha tenuto le serrande abbassate e appiccicato sopra un cartello: "Chiuso per protesta causa furti e trucchi subiti dall'Italia ai mondiali". All'edicola sono appese in bella mostra le prime pagine dei nostri quotidiani sportivi. Tre per tre titoli: "Basta". "Vergogna". "Ladri". Dappertutto non si parla d'altro, ma quello che si è visto in tv durante e dopo Italia-Corea è allucinante. Sì, mi scoccia dirlo, ma se l'Italia è quella vista e sentita dopo la sconfitta, allora viene da dire grazie Corea. Grazie per avere smascherato un costume ormai evidente, dove tutto ti è dovuto solo perché sei ricco, bello e famoso. Solo perché ti chiami Totti o Maldini o Del Piero. Signori: noi fino all'88' stavamo vincendo, sia contro la Corea che contro l'arbitro, ma avevamo messo Gattuso al posto di Del Piero e sperato nelle barricate. Questa è la verità. E Montella è ancora lì, ai bordi del campo, che aspetta di entrare. Ai supplementari ci siamo portati da soli, senza nessuna scelleratezza dell'ecuadoregno. Abbiamo messo in mostra un allenatore isterico che invece di pensare a fare le sostituzioni e suggerire qualcosa di decente alla sua squadra, calciava via borracce, lanciava insulti, prendeva a pugni la panchina. Passato senza mezze misure dall'acqua santa alle imprecazioni. E che dire di Coco, Di Biagio e non so chi altro lanciati verso l'arbitro per farsi giustizia da soli e fermati all'ultimo da qualche compagno un po' più saggio? E poi il teatrino dei commenti. Non c'era canale - pubblico o privato che fosse - dove non andasse in onda l'insulto libero. L'isteria passata direttamente da Trapattoni ai salottini catodici. Dove tutto è consentito in nome della congiura, del complotto. Dove una parlamentare arriva a dire - testuali parole - che sapeva bene quanto la Corea fosse un sistema corrotto e oggi ne ha avuto la conferma. Corrotto? Chi? Il gol di testa di Ahn? I gol mancati da Vieri e da Gattuso? Ma per favore. E guai allora a chi tentasse, in televisione, di dire che forse non era proprio così. Subito veniva additato come traditore della patria.
Questo calcio fa schifo, certo. Ma non siamo stati proprio noi italiani i primi a contribuire a tale sfacelo? Il nostro calcio è diventato solo business. I nostri giocatori sono dei fotomodelli. Ma lo avete visto Totti che si pettina prima di un calcio di punizione? Nesta che si sistema il nastrino ferma capelli mentre stanno per battere un corner? Abbiamo una squadra di prime donne, il cui principale interesse è ormai quello delle partite giocate negli intervalli. Vale a dire gli spot pubblicitari, che li vedono protagonisti assoluti: belli, perfetti, seducenti. Che gli importa di giocare anche a calcio? Quali motivazioni può avere un professionista il cui unico scopo è mettere in vendita la propria immagine al miglior offerente?
Smettiamola dunque di gridare al complotto. A proposito, una domanda. Se il potere del calcio - corrotto e squallido, certo - ha deciso di farci fuori, per quale motivo lo ha fatto? Non è che per caso la causa è proprio la nostra arrogante supponenza, un'immagine che ormai ci appartiene sia nel calcio che in tutto il resto?
A questi mondiali abbiamo giocato un calcio vecchio di vent'anni con giocatori estenuati da stress da prima pagina. Catenaccio e veline. Dove Rita Montella è più importante di qualunque schema tattico.
Ora non resta che una cosa. Qualcosa che - paradossalmente - pare soltanto una speranza se non addirittura un sogno: ritornare, semplicemente, a giocare a calcio, senza nastrini e gel, senza spot e veline. Come succedeva ai bei tempi e la Panini non ritirava - come ha fatto ieri - le figurine dal mercato in segno di protesta nei confronti del complotto internazionale. A proposito: come la finisco adesso, la mia collezione?

16.6.02

Fondamenta chiude la quarta edizione uscirà il 17 giugno 2002 sulla Nuova Venezia
Dopo il concerto di Laurie Anderson e Lou Reed, meglio, dopo il loro reading dove le parole sono musica e viceversa, sembra quasi impossibile, e fa un enorme piacere, vedere - nonostante il caldo soffocante, nonostante una domenica da spiaggia - un tendone strapieno. Affolato anche nei suoi immediati dintorni. Tutti lì per un intellettuale, uno scrittore. Non per una rockstar o un regista o un politico. Centinaia e centinaia di persone ad ascoltare Claudio Magris. Chiude lui Fondamenta, anche se, come dice Del Giudice, la manifestazione veneziana non trae mai conclusioni. È un percorso unico, le cui tappe non fanno classifica ma mettono insieme un grande libro. Un libro di libri, anche se qui hanno parlato, fra le altre, persone più legate al fare, all'esperienza, che alla scrittura. Caratteristica peculiare di Fondamenta, questa. Finisce com'è iniziata e proseguita, con una Lectio Magistralis intitolata "Anime. La fiera della tolleranza". Scontri di culture, tutela delle diversità, educazione alla tolleranza narrate lucidamente dallo studioso triestino. Il tentativo di trovare una risposta reale all'intolleranza. Una "chiacchierata", come l'ha definita lo stesso Magris, che ti tiene inchiodato lì come se stessi guardando un film, assistendo a uno spettacolo teatrale, ascoltando un concerto. In un momento in cui la cultura sembra diventata qualcosa di superfluo e inutile, qualcosa quasi da combattere o da svendere, capitano episodi come questo. Che ti spiazzano, che ti danno la conferma che iniziative come quella inventata da Daniele Del Giudice, siano tremendamente necessarie. Come l'aria. Quella che - dal punto di vista atmosferico - ieri era assente del tutto in Campo Sant'Angelo. Finiscono qui le parole di Fondamenta. Quattro giornate di "Significati condivisi", dove la condivisione quotidiana è stata quella della parola, detta e ascoltata. Una condivisione che ciascuno porterà con sé a lungo, soprattutto adesso che Fondamenta è finita e Venezia resta comunque la "città di lettori". Lettori - tutti, anche quelli che venivano da fuori - che leggeranno i libri di cui si è parlato in questi giorni e che rimanderanno ad altri libri e altri ancora. Per poi di nuovo ritrovarsi qui. Come a fare il punto della situazione. La situazione delle parole oggi. Perché alla fine ci siano altre città di lettori. Pensate che bello sarebbe un mondo di lettori. Qui a Venezia, Fondamenta ci prova.
...ma devo ancora scrivere qualcosa sul concerto - meglio, il reading - di Laurie Anderson e Lou Reed. Intanto, su Mtv, un video dei R.E.M. che non avevo mai visto, I'll take the rain, un semplice, tenero e struggente cartone animato...
Viva viva il Senegal
Bruno Metsu, l'allenatore del Senegal, che sembra non voler uscire più dal campo dello stadio Big Eye. Lo stadio che ha sancito il passaggio ai quarti della squadra dei vucumprà. Che soddisfazione, cari Bossi, Fini, Borghezio. Voi con le vostre leggi razziste. Voi con la vostra aria di superiorità idiota. Scusate, mi viene così, questo sfogo, a cinque minuti dal Golden Gol di Camara... Vas y Senegal...

15.6.02

Laurie, Lou (uscirà sulla Nuova Venezia del 16 giugno 2002)



Quanto lei è dolce, disponibile, sorridente, tanto lui è scontroso, burbero, musone. Apparentemente. Sì, perché Laurie Anderson e Lou Reed, se è vero che le coppie devono essere complementari, sembrano essere davvero la coppia perfetta. E la disponibilità di lei, alla fine intacca anche lui, che magari si trascina, dice che è tardi, che non ne vuol sapere e poi invece parla, si mette in posa, si fa fotografare abbracciato a Laurie. Sono a Venezia per lo spettacolo "Word and music", nell'ambito di Fondamenta. Prima volta insieme, convinti a farlo da Sandro Mescola, che ci ha messo qualche anno, ma alla fine ce l'ha fatta.
Sarà anche un caso, ma Reed arriva all'appuntamento con una maglietta di quelle che avrebbe potuto fare Andy Warhol, una serie di foto iterate, per tema il baseball, virate a riquadri in blu, rosso, verde. Guardi la maglietta e pensi a cosa e quanto rapprensenta questo signore per la musica contemporanea, per la cultura contemporanea. Poi, quando incomincia a parlare, ecco la voce. Una voce che è stata ed è colonna sonora di intere vite. Lo ascolti parlare e ti dici che sì, adesso magari parte con "Take a walk on the wild side". "Da tempo scriviamo testi e facciamo musica insieme. Quando ci hanno detto di farlo in uno spettacolo, abbiamo pensato che l'Italia fosse il luogo ideale". Laurie, poi, spiega il modo in cui lavorano insieme. Ma non c'è un metodo. "A volte dalla voce arriviamo alla musica, a volte viceversa. Alla fine non si tratta di canzoni, ma di storie. Potremmo definirle delle storie liriche".
C'è forse un obbiettivo in questa vostra ricerca? Uno scopo? Reed: "Io preferisco dirla con John Cage: tutto è musica e tutti siamo fiocchi di neve perché tutti siamo diversi".
Si arriva inevitabilmente a parlare di poesia e di poeti. Reed: "Credo che negli Usa la poesia oggi sia in giro per strada. Il rap è poesia. Se Rimbaud fosse vivo oggi, forse farebbe un disco rap. A New York c'è un fermento poetico molto attivo, vivace. Ci sono gare di poesia, punti di incontro, letture nei pub. Il legame fra rock e poesia è sempre stato molto stretto. Uno come Allen Ginsberg, per esempio, ha contribuito a a far accettare le liriche rock a coloro che le rifiutavano".
Poi, tocca all'11 settembre. Lui vorrebbe non parlarne. Però poi continua: "Laurie era a Chicago e io a New York. Entrmabi eravamo molto preoccupati l'una per l'altro. Il New York Times ha chiesto a degli scrittori di scrivere a proposito di quel che è successo. Io ho partecipato scrivendo una lirica che aveva della musica accanto. Si intitolava "Laurie sadly listening". Lei, invece, ha scritto dei racconti: "Ho reagito scrivendoli e li ho intitolati Happiness. Mi son posta molte domande, sia politiche che spirituali. E credo che piuttosto che riflessioni o risposte, in questo momento sia meglio offrire alla gente domande, questioni, dubbi. Solo in questo modo si evita di condizionarla". È lui a dire "stop, grasie mile", salvo poi starsene lì, disponibile a tutti. Consapevole di essere la colonna sonora di intere vite, appunto.
All'imbrunire, versi in campo. Così Fondamenta offre i poeti con la loro viva voce (uscito sulla Nuova Venezia del 15 giugno 2002)


Doveva essere proprio una questione di partite. E ieri, i giovani, gli studenti, sotto il tendone di Fondamenta hanno contribuito al tutto esaurito. Giovani e meno. Tutti lettori e ascoltatori, e "domandatori", anche. È proprio vero, quando la cultura la tiri un po' giù, nel senso giù dal piedistallo, fuori dalle aule accademiche, la gente arriva. Ed è curioso che ciò accada in una manifestazione organizzata da un assessorato la cui gestione attuale è poco o nulla attenta a promuovere iniziative di questo tipo. Ma Fondamenta arriva da gestioni passate. Sembra paradossale, eppure la cultura a volte è un peso proprio per coloro che hanno il ruolo di promuoverla e custodirla. Nonostante ciò, Fondamenta è riuscita nel suo intento, quello di fare di questa città - di una città difficile come Venezia - una città di lettori.
Grazie anche al sito (www.fondamenta.it) il gruppo di lettori si è allargato diventando globale. È questa la globalità che ci piace. Operazione riuscita, e ieri, lungo l'intera giornata, i lettori di Venezia (e di fuori Venezia) erano lí, a riempire il tendone. Ad assediare il banco di libri della Cafoscarina e Patagonia, le librerie più "acute" della città. Erano tutti lì, per Susan George e Aldo Bonomi. Per Stefano Boeri e Giulio Busi. Per Samir Khalil Samir. Ed erano lì soprattutto all'imbrunire. Quando è toccato alla poesia.
Qualcuno potrebbe non essere d'accordo, ma la piazza, il campo in questo caso, sembra essere davvero il luogo ideale per la poesia. Quelli di Fondamenta, quelli che la vivono, non soltanto quelli che la fanno, ci sono abituati.
Da quattro anni, l'invenzione di Daniele Del Giudice consente a chi passa per campo Sant'Angelo, di incontrare i poeti. Di ascoltare le poesie che scrivono. Lette dagli autori stessi. Le voci dei poeti. Dev'essere una questione di tono, oppure che la metrica, loro, i poeti, ce l'hanno dentro. Se ci sono musicisti che hanno «l'orecchio assoluto", ci devono essere poeti che hanno la voce assoluta. O il verso assoluto. Come Valerio Magrelli, che ieri, verso l'imbrunire, ha detto le sue poesie. Non le ha soltanto lette, e - per fortuna - nemmeno recitate. Le ha "dette", con la sua voce graffiata, le sue rime così quotidiane, così "di tutti" (insetti/albaparietti, e poi blob, scoop, status symbol). Sì, dovrebbero proprio portarla in piazza più spesso, la poesia.

 

14.6.02

Fondamenta. Seconda giornata
VENERDÌ 14 GIUGNO

Ore 18 Campo Sant’Angelo
Reading
Valerio Magrelli

Ecce Video
In memoriam E. H.
ritrovato nel suo appartamento
nove mesi dopo il decesso
seduto davanti alla tv

I.
Morì fissando il suo Televisore
la sfera di cristallo del presente,
guardava il Niente e ne vedeva il cuore,
cercava il Cuore e non vedeva niente.

Chi sfidò il lezzo del buio malfermo
si accorse che veniva dall'Illeso,
non dal Morto, ma dal Morente Schermo,
non dal Corpo, bensì dal Video acceso.

Carogna divorata dagli insetti,
Il Monitor frinisce e brilla breve
senza più palinsesti e albaparietti.

La Sua vita larvale svanì lieve
(goal, quiz, clip, news, spot, film, blob, flash, scoop, E.T.),
circonfusa di niente, effetto neve.

II.
Per interposta decomposizione
(Transfert, Pasqua del Video, Eucarestia)
la parodia della Resurrezione
ebbe la forma di Tele-patia.

Fu una morte mimetica, vicaria,
e l'animula vagula, farfalla
luminosa del pixel, volò in aria,
blandula bolla che ritorna a galla.

Quale anima risale verso il cielo?
Se la merce, marcito status symbol,
si fa carne corrotta, rotto il velo

l'Immagine si muta in cirro, nimbo,
diventa puro spolverio, sfacelo,
onda di impulsi e interferenze, Limbo.


da Poesie e altre Poesie, Einaudi 1996

13.6.02

Il diario dal Giappone del mio amico scrittore Jean-Philippe Toussaint (http://www.jean-philippe-toussaint.de). Forse dovrei tradurlo, ma non ne ho il tempo... scusate... il diario è pubblicato da Libération.


lundi 10 juin 2002

Jours de juin au Japon
Marée bleue dans la baie de Tokyo

 Par Jean-Philippe TOUSSAINT
jpt

Je suis arrivé au Japon quelques heures avant le coup d'envoi de la Coupe du monde de football. Tokyo n'avait pas tellement changé depuis ma dernière visite, la dixième en moins de dix ans, je commence à bien connaître le chemin en sortant de l'aéroport, le train pour Kyoto quand j'arrive par Osaka, les grands autocars orange de l'Airport Limousine quand j'atterris à Tokyo, j'ai simplement remarqué, cette fois-ci, par le hublot du 747 qui venait d'atterrir et roulait au pas sur la piste de Narita, une grande inscription qui avait été tracée sur le sol en lettres de gazon et de fleurs multicolores : 2002 FIFA WORLD CUP. Déjà, comme prémices minuscules à l'événement sportif encore très virtuel et invisible auquel j'allais assister (The greatest soccer show on Earth, comme l'écrivait virilement, mais non fautivement, le Japan Times), j'avais remarqué, dès Roissy, la présence, inhabituelle pour un Paris-Tokyo, de quelques Irlandais dans l'avion, avec une écharpe discrète qui dépassait sous leur veste, ou un grand maillot vert pelouse, gazon Stade de France ou vert Yokohama, qui se rendaient sans doute à Niigata, via Tokyo, pour l'Irlande-Cameroun du 1er juin. Ce seraient donc eux mes premiers supporters. Il y a quatre ans, à Paris, ce fut des Ecossais, beaucoup plus gratinés dans leur kilt de laine, leurs épaules carrées et leurs maillots bleu roi, serrés autour de moi comme des saumons et chantant à tue-tête dans la rame de métro bondée qui nous menait au Stade de France pour le match d'ouverture. Il faisait grisâtre, chaud, lourd, embrumé. L'esprit ensommeillé, je luttais contre l'assoupissement dans le grand autocar orange presque désert de l'Airport Limousine qui nous conduisait en ville au petit matin, somnolant sur mon siège à l'unisson des quelques Japonais présents dans l'autobus, peuple prompt au petit roupillon public dans les transports en commun (à croire que le peuple tout entier souffre de décalage horaire chronique). L'après-midi, en ressortant de l'hôtel, je fus dérouté par ce quartier de Shinjuku que je ne connaissais pratiquement que de nuit, et qui, de jour, dans la lumière grisâtre et la tiédeur ambiante, me paraissait éteint et sans animation, sans vie et sans néon. Des milliers de gens se pressaient sur les trottoirs, entraient et sortaient des magasins d'Ome-Kaido Dori. Rien, ici, ne laissait présager l'imminence du coup d'envoi de la Coupe du monde dans quelques heures, si ce n'est, peut-être, ici et là, quelques taches de couleurs, isolées, saugrenues, le jaune d'une brochette de supporters suédois qui attendaient à un feu rouge, le blanc vif, siglé d'un grand 10 et du nom de OWEN, du maillot d'un supporter anglais, et les dernières touches de vert de deux ou trois Irlandais esseulés, attardés, en transit vers Niigata. En somme, Tokyo a son visage habituel. Tout au plus me suis-je fait réveiller vers 4 heures du matin par un brouhaha urbain embrouillé qui venait se mêler à mes rêves et se terminait confusément par un choeur de voix masculines invariablement ponctué d'un : ENGLAND ! ENGLAND !, tandis que, par les rideaux entrouverts de la chambre d'hôtel, passait un jour naissant encore laiteux aux allures d'aurores helsinkiennes. C'est la première fois aussi, que, dans un hôtel de Tokyo, un client m'a demandé à la réception de quel pays je venais, et, quand je lui ai répondu de Belgique, m'a demandé quand je jouais. Quand je jouais ? J'étais pourtant encore tout ce qu'il y a de plus en civil, pantalon sombre et veste noire, sans tricorne ni écharpe, cor de chasse, maillot de diable et casquette rouge BELGIUM, mais, avec beaucoup de sang-froid, voyant à quoi il devait faire allusion, je lui ai dit que je jouais demain, demain soir. «Good luck», m'a-t-il dit. Le premier match pour lequel j'avais un billet était le Japon-Belgique du 4 juin à Saitama. Déjà la rumeur courait que, pour rejoindre le stade, il serait prudent de prévoir trois ou quatre heures de trajet, et je n'avais, paraît-il, aucune idée des foules japonaises, quand, par exemple, deux ou trois cent mille personnes se pressent pour assister à un feu d'artifice autour d'un minuscule point d'eau. Prévoyant, j'ai donc quitté l'hôtel en début d'après-midi, et, avant même de pénétrer dans le métro, j'ai aperçu les premiers maillots bleus, ces maillots japonais semblables à ceux de l'équipe de France, pour la plupart barrés du 7 de Nakata ou du 5 d'Inamoto, du 8 d'Ono ou du 10 de Nakayama, et, telles des gouttelettes isolées qui, se rassemblant, finissent par former un maigre ruisseau qui s'écoule dans les rues, puis une rivière, un fleuve bleu toujours plus chargé sort des bouches du métro et se répand dans les allées pour pénétrer dans le stade, où d'immenses vagues se forment et ondulent dans les tribunes bondées, et où, dans une clameur énorme, monte l'irrépressible marée bleue de soixante mille supporters japonais debout qui scandent le nom de leur pays : NIPPON ! NIPPON !
Messico e nuvole
alex

Sul vaporetto c'è un bambino che gioca col game boy. "Totti, Inzaghi, Montella, Vieri, Del Piero, gooool...". Lì fa giocare tutti lui. Commissario tecnico virtuale impermeabile alle polemiche. E non gli serve neanche l'acqua santa. Bastano un paio di duracell. Difficile riprendere contatto con la realtà dopo una partita del genere. Potere del calcio. Ti tira dentro e non ti molla più. E non c'è molto altro da dire...
Fondamenta. Prima giornata (uscirà sulla Nuova Venezia del 14 giugno 2002)
bettin
Gioventù. Risuonava questa parola, ieri, sotto al tendone di Fondamenta. "Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che quelli sono gli anni migliori della vita". Sono più o meno queste le parole dell'incipit di un famoso romanzo. "Gioventù bruciata", diceva James Dean. Mica facile, parlarne, della gioventù. Meno ancora raccontarla. A Venezia, ieri ci hanno provato. Più che di gioventù, sarebbe meglio dire che si è parlato "delle" gioventù. Quelle che in Medioriente si affrontano in quell'incongruo fronte dei territori occupati, ma anche nei bar, nei centri commerciali, nelle pizzerie. Gioventù dilaniate,che sono state raccontate da uno dei migliori scrittori giovani israeliani, Alon Altaras. Li ha guardati da vicino, ma da quel sempre sorprendente punto di vista che è quello del narratore. E poi i giovani disobbedienti, quelli di Seattle e di Genova. Quelli che volevano invadere la zona rossa, raccontati da Gianfranco Bettin (nella foto insieme a daniele Del Giudice). "Why not?". Perché no?, è stato il titolo della sua relazione. Una domanda che si devono essere fatti, sositiene Bettin, anche gli otto, più o meno giovani, che hanno assaltato a suo tempo il campanile di San Marco.
Le gioventù, dunque. Che si ribellano. E cercano un modo per farlo. Che non sempre sarà quello più appropriato. Ma sarà mica questo, il migliore dei mondi possibili, no? Eppure, le parole che si possono ascoltare sotto al tendone di Fondamenta, sono di quelle che un po' contribuiscono a migliorarlo, questo mondo. Però poi ti giri, ti guardi intorno, e i giovani qua sotto sono pochi. Come al solito. Certo, mica facile pretendere che dopo una partita dell'Italia ai mondiali - quella decisiva, poi - i giovani venissero qui. E infatti, fuori, a un certo punto, tre o quattro giovani si fermano nei pressi del tendone. Sbirciano dentro, apparentemente curiosi. Magari adesso entrano, direbbe chiunque. Il tendone di Fondamenta è sempre aperto, del resto. Ci si può andare e venire in qualunque momento. Guardano verso il palco, ascoltano qualche parola dello scrittore turco Orhan Pamuk, poi si guardano fra loro e uno dice: "peccato non facciano vedere le partite, qua sotto". Già. Meglio Hakan Sukur piuttosto di Pamuk. Verrebbe da dirgli che Messico-Italia l'abbiamo vista proprio qui. Sullo schermo di Fondamenta. E che anche gli scrittori sono felici per l'Italia agli ottavi. Ma tant'è. Forza. Avanti con le parole. Avanti con le scritture. Le gioventù ne avranno sempre bisogno.

12.6.02

Alla ricerca dei «Significati condivisi». Del Giudice parla della nuova edizione di Fondamenta
sulla socialità, sulle guerre e sul diritto internazionale
(pubblicato su La nuova Venezia del 12 giugno 2002)
ddg
La quarta edizione di Fondamenta ha per titolo «Significati condivisi». In qualunque altro posto, una manifestazione del genere sarebbe il fiore all'occhiello della città. Ma Venezia, si sa, ha biennali, mostre, concerti. E allora, la grandezza di Fondamenta la noti solo se ci vai. Se prendi un vaporetto e arrivi in Campo Sant'Angelo, oppure se ci passi per caso, magari dopo avere fatto la spesa, mentre sta parlando José Saramago o Ian McEwan, Andrea Zanzotto o Gherardo Colombo. Passi vicino al tendone aperto di Fondamenta e capisci subito di cosa si tratta. Di un'invenzione. Semplice, ma proprio per questo affascinante. Ne è autore lo scrittore Daniele Del Giudice. E soltanto uno scrittore poteva mettere insieme nomi, idee, argomenti come si fa a Fondamenta. «Fondamenta - dice Daniele Del Giudice - l'ho vista come un servizio a Venezia. Il lavoro dello scrittore non è bello a vedersi, i libri si scrivono in solitudine».
«Io non ho nessuna simpatia per i lavori solitari e Fondamenta è stata la possibilità di scrivere con altri attraverso il corpo, l'azione, la presenza, la partecipazione. Sapevo che si poteva portare la realtà in campo, sotto a un tendone. Fondamenta è al tempo stesso una manifestazione a cielo aperto, una rivista parlata, un gruppo di laboratorio. Si poteva tentare insomma, anche se non è il mio mestiere. Ma proprio per questo valeva la pena di farlo al meglio».
Una delle particolarità dei protagonisti di Fondamenta è quella di non essere necessariamente legati al mondo della letteratura o della cultura.
«È vero. A noi non interessano le bibliografie. Spesso troviamo più interessanti certe esperienze, certi modi del fare e dell'agire. Per questo abbiamo una particolare attenzione per gli scienziati, i magistrati ma anche per il mondo del volontariato o quello militare, com'è stato per i comboniani e quest'anno per due colonnelli cinesi».
Che cosa sono i «Significati condivisi»?
«Sono quelli che ciascuno cerca per trovare un orientamento e mettere insieme il proprio percorso di persona con gli altri. Ma "Significati condivisi" sono anche quelli capaci di aggregare comunità e socialità. Questo bisogno di significati ci serve per affrontare ciò che sta accadendo. Le mutazioni che riguardano proprio la soggettività sociale che diventa immediatamente politica. La vera distinzione non passa più nella differenza fra destra e sinistra, rimaste com'erano: una semplice disposizione in un emiciclo parlamentare. La vera differenza è tra le persone, le figure dell'individualismo compiuto, assoluto e le figure, le persone che pensano, che sono e vivono nella relazione con gli altri, che dagli altri si sentono determinati e che dell'essere con gli altri hanno un vero e proprio bisogno».
Fondamenta è ogni volta suddiviso in quattro sezioni.
«Sì. Quattro stringhe o percorsi. Il primo, "Nel conflitto", contiene sia il conflitto militare, la guerra e ciò che è cambiato nel modo di fare guerra, sia il desiderio di conflittualità che era già percepibile prima delle elezioni politiche dello scorso anno. Che era già nell'aria prima ancora di Genova. Un bisogno di conflittualità che cercava appunto dei significati condivisi in cui realizzarsi. Nel conflitto ci stanno ovviamente le nuove forme della conflittualità sociale, le nuove forme della conflittualità nella democrazia, le nuove forme della conflittualità politica. In questa stringa ci sono interventi molto importanti. A partire da quello dei cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui. Si tratta di due colonnelli che nel 1996 hanno scritto un manuale sulle tecnologie delle nuove guerre destinato a uso interno delle forze armate cinesi. Avevano già iniziato a mettere in fila gli attentati contro le istituzioni americane nel mondo, avevano già individuato Bin Laden e in questo manuale descrivevano le nuove guerre comeguerre assimmetriche, cioè tra potenze militari convenzionali e forme inedite di belligeranza. C'era già in quel manuale una frase che diceva: "Un giorno potreste svegliarvi e rendervi conto che gli oggetti di uso quotidiano sono diventati delle armi" e parlavano di aerei civili usati come missili. Trovare il modo di far venire a Venezia i due autori, che sono sì due colonnelli, ma anche due commissari politici e due membri dell'Unione scrittori cinesi, è stata a dir poco una peripezia».
Altro percorso, conseguente al precedente, è «Modi del vivere. Modi di morire».
«Sì. Lo apre lo scrittore israeliano Alon Altaras. A lui ho chiesto una messa a fuoco specifica, vale a dire la gioventù. È inutile affrontare l'enorme e annosa questione israelo-palestinese. Prendere invece un tratto che riguarda l'esperienza esistenziale, sì. Chi sono questi ragazzi e ragazze israeliani che alle sei del pomeriggio vanno al bar e allo stesso momento vengono raggiunti da ragazzi e ragazze palestinesi che si uccidono per uccidere? Poi Altaras racconta che anche per i palestinesi Israele si presenti come gioventù, vale a dire i militari, l'esercito. Sono ragazzi ventenni quelli che vanno a fare le rappresaglie. Una gioventù contro l'altra. Mandata a morire da vecchi leader assai poco inclini alla pace».
Vedo il nome del giudice Felice Casson, nel programma.
«Sì, nella stringa "Ex lege, sine lege", che riguarda il diritto internazionale, la storia e il fare giustizia. Sempre di più la storia passa attraverso i tribunali e questo è un fatto fondamentale. Però c'è una specie di dislivello tra ciò che un tribunale può fare in termini di chiarezza, conoscenza storica e dunque memoria e quanto può fare in termini di risarcimento morale per le vittime che di quel processo sono i destinatari insieme ai colpevoli. Tra i relatori, Felice Casson ha provocatoriamente intitolato la sua lectio magistralis "Esiste davvero il diritto penale internazionale?", quindi comprendendo sia le indagini, sia i processi. Da un lato il tribunale internazionale è una conquista di grandissimo rilievo. Dall'altro, i poteri veri della giustizia internazionale sono limitati dalle potenze degli stati in gioco. Esempio: gli Usa prendono i militanti di Al Qaeda e li portano a Guantanamo. È molto più difficile poter pensare che un americano possa essere preso e processato a Kabul. C'è insomma il limite del più forte, anche in questo caso».
Un'ultima curiosità. Come è recepita Fondamenta da parte dell'amministrazione comunale?
«Diciamo che Fondamenta non porta né ritorni economici né ritorni elettorali...».

 


 
Don't cry for me Argentina (uscirà sull'Altoadige del 13 giugno 2002)
Batigol
E adesso chi se le toglie dalla testa le lacrime di Gabriel Omar Batistuta. Fino alle tre e mezza di domani pomeriggio, quelle lacrime se ne staranno qui, dentro ai nostri occhi, scolpite col diamante. Insieme a quelle di Zinedine Zidane, detto Zizou. Francia e Argentina a casa. E adesso via con tutti gli scongiuri del caso, certo. Ci mancava anche questa. Dopo giorni e giorni di polemiche, di metti questo metti quello, roba che uscivi di casa perché alla tv non si parlava d’altro e invece anche in autobus, al bar, al supermercato, addirittura passando davanti a una parrucchiera, l’altro giorno, ho sentito due signore sotto i caschi agitarsi per Inzaghi e Del Piero. Poi, per carità, la giornata va come deve andare. Lavori, studi, cucini, mangi, ami. Ma in una zona retrostante della mente, quel dilemmino apparentemente scemo ogni tanto alza la voce. Si fa sentire. Guardi i servizi del tg che arrivano dalla Francia e vedi subito cosa vuol dire essere fuori dal mondiale. Però gli sta bene ai bleus, sempre così sbruffoni. E forse è meglio pure per l’Argentina che, intesa come nazione, di problemi ne ha ben altri e che mascherarli con un buon mondiale sarebbe stata solo bassa furbizia. O forse no, forse la consolazione del calcio sarebbe stata almeno un piccolo sollievo. Chissà.
Ti viene in mente tutto, in attesa di Messico-Italia. Ti viene in mente anche che senza due favorite, la corsa, per chi resta sarà più facile. Forse. Poi ti chiama uno, e incomincia subito con quel proverbio del due e del tre. Ti tocchi, che altro puoi fare. Ma no, dai, gli dici. Ragioniamo. Queste due eliminazioni hanno dei responsabili evidenti. I due commissari tecnici, soprattutto. In particolare quello argentino, che, come Trapattoni, non ha avuto il coraggio di schierare là davanti la coppia Crespo e Batistuta. Sa tanto di qualcosa tipo Vieri e Inzaghi (o Montella), no?
È un mondiale che non ti perdona niente, questo. Basta non fare quell’errore lì, no? Ma sì, dai che è così. Basta con sta paura. E basta anche acque sante e robe del genere. Giochiamo sta partita e facciamola finita. Nel senso di vincerla, come dev’essere. E l’acqua santa, la usi per un bel bonsai, il Trap. Verrà fuori il più bel bonsai del mondo. Magari a forma di coppa.

11.6.02

Aurevoir les enfants (uscirà chissà dove, chissà se, chissà quando)
zizou

Finalmente gioca. Zinedine Zidane, forse il più bravo al mondo. È zoppo, ma che importa. E poi la Francia gioca il tutto per tutto e di lui non può fare a meno. Mai. Nemmeno noi. Noi che abbiamo ancora in mente i due gol nella finale del '98 e quello di poche settimane fa, al volo, di sinistro nella finale di Champions League. Basta un clic nella nostra memoria interiore e quelle immagini scorrono nitide neanche fossero un dvd. E poi ha quella faccia, Zidane. Squadrata, lo sguardo tagliente. Un po' da berbero. Una faccia poco da calciatore. Anche se poi il calcio è lui.
C'è Zizou, zoppo e fondamentale. E la tua partita, allora, è solo guardare lui. Ci mette un po' a entrare in gioco e la prima azione memorabile è una rincorsa al pallone, lanciato dentro l'area ma troppo lungo e Zizou arranca, inciampa sulla sua gamba fessa e finisce giù, steso. Già sconfitto, sembra.
Sembra. Perché è Zidane. E al 37' va a prendersi il pallone sulla tre quarti, lo sradica dai piedi di un avversario e si inventa un sublime tiro dal limite, a rientrare, che sfiora l'incrocio dei pali. Due minuti prima, aveva smarcato di tacco uno svanito Dugarry. Due minuti dopo, il primo piano del suo volto. Smarrito, perplesso. Forse rassegnato. Due minuti ancora e va a conquistarsi un altro pallone ma poi lo scaglia innocuo verso la porta danese.
Secondo tempo. Al 5' batte il corner da sinistra per la testa di Desailly che colpisce la traversa. Al 23' sta per battere un calcio di punizione dal limite, il primo piano ce lo mostra in un bagno di sudore. Quando succede di nuovo, al 32', lo vedono anche sui megaschermi dello stadio e c'è un'ovazione. Poi il tiro va fuori.
Alla fine il regista nemmeno lo inquadra, o forse non ne ha il coraggio. Zinedine Zidane, detto Zizou, lascia il mondiale assieme a tutta la nazionale campione del mondo. Senza quasi averlo giocato. Un mondiale un po' meno mondiale, adesso.
"Au revoir les enfants", avrebbe detto un maestro del cinema.

10.6.02

APPELLO
Una norma razzista

Noi, che amiamo l'Italia per la sua cultura, la sua bellezza e le sue tradizioni, e che siamo legati a questo Paese anche da frequenti rapporti di lavoro, siamo indignati dalla decisione di richiedere le impronte digitali solo agli extracomunitari. È una norma che calpesta un fondamentale diritto umano, quello dell'uguaglianza, e cede al vento xenofobo che attraversa l'Occidente, facendo di ogni immigrato un potenziale criminale. Anche noi saremo obbligati a fornire le nostre impronte: ma è a nome di tutti quelli che non hanno voce, delle migliaia di uomini e donne che sono costretti a fuggire dai loro Paesi, ed emigrano nella speranza di una vita più dignitosa, che chiediamo al Parlamento e al governo italiano di fermarsi e di cancellare una norma così odiosa. Il problema dell'immigrazione è cruciale in tutta l'Europa. Ma non si affronta con misure emotive e discriminatorie.


Steven Spielberg regista
Gore Vidal scrittore
Tahar Ben Jelloun scrittore
Bob Wilson regista e coreografo
Zubin Mehta direttore d'orchestra
Susan Sontag scrittrice
Tobey Maguire attore
Luis Sepulveda scrittore
Richard Lowenstein regista
Luis Bacalov compositore
Myung-Whun Chung direttore d'orchestra
Cherif regista teatrale
Younis Tawfik scrittore
Martha Argerich pianista
Joseph Kosuth artista
Mrinal Sen regista
Peter Scarlet direttore di Cinemateque Francaise
Toni Thorimbert fotografo
Igli Tare giocatore del Brescia
Kewullay Conteh giocatore del Venezia
Erjon Bogdani giocatore della Reggina
Akeem Omolade giocatore del Torino
Idris Sanneh commentatore sportivo
Fouad Allam docente all'Università di Trieste, saggista
Karl Potter musicista
Victoria Munsey traduttrice e membro della Chiesa Valdese
Amik Kasoruho scrittore e intellettuale
Nabil Ben Salameh cantante dei Radiodervish
Bintu Lo operatrice commerciale
Antonio Banderas attore
Melanie Griffith attrice
Angelica Huston attrice
Mira Nair regista
Antonio Skarmeta scrittore
Goran Bregovic musicista
Atiq Rahimi scrittore afgano
TACCUINO VENEZIANO
Mezzanotte, Canal Grande, vaporetto linea 1. Seduto sui sedili a prua. Come ad aprire il Canal Grande. I veneziani non si siedono mai qui. Li lasciano ai turisti per fare le foto, ma forse non solo per questo. Sembrano assuefatti di bellezza, loro. Anche se è difficile pensare di essere stanchi di bellezza. Eppure, oggi, in giro, c'è un sacco di gente indifferente alla bellezza. E non solo a Venezia.
Italia Trapattoni (Articolo pubblicato il 10 giugno 2002 sull'Altoadige)
E adesso - ovvio - salteranno fuori sessanta milioni di commissari tecnici. I bar sport, ma non solo, come Coverciano. Schemi disegnati sul bordo del giornale o sulla salvietta. Del resto, è proprio così: siamo tutti un po' Trapattoni. Non trapattoniani, ma proprio Trapattoni. La scelta fra Inzaghi e Doni va al di là della riflessione tecnico-agonistica. È qualcosa di più. Riguarda la nostra vita. L'atteggiamento che assumiamo rispetto a essa. Il gioco all'italiana del Trap è il ritratto di noi stessi. Inzaghi o Doni: da una parte la scelta migliore, doverosa e dovuta, inevitabile. Quella su cui non bisognerebbe nemmeno discutere. Da non prendere minimamente in considerazione. Dall'altra la furbizia, la supponenza, la mancanza di rispetto verso se stessi e gli avversari. Una sorta di arroganza mascherata da prudenza. Sì, siamo tutti un po' Trapattoni, noi italiani. Sempre pronti a fare i furbetti, a cercare di ottenere il massimo attraverso il minimo sforzo. È un atteggiamento nei confronti della vita. Dare il meglio di sé significa avere coraggio, osare, correre dei rischi. E quando hai a disposizione la squadra più forte dei mondiali, non mettere in campo il meglio, è un segno sia di furbizia che di codardia. E una spropositata offesa nei confronti dell'avversario. Per questo la Croazia ha meritato di vincere. È una lezione di vita per tutti noi. Perché il calcio sa essere più spietato della quotidianità. E sa offrirci verità inaudite. Perché alla fine, gli arrugginiti croati - costretti, certo - hanno avuto la meglio. Il tecnico Jozic non ha fatto tatticismi. In campo i migliori e via. E solo a partita persa il Trap ha cambiato rotta. Troppo tardi. Perché questo è un altro aspetto tipicamente italiano: mai ammettere l'errore.
Smettiamola allora di essere troppo Trapattoni, sia nel calcio che nella vita. E impareremo a essere più autentici e rispettosi. Incominciamo col Messico.
TACCUINO VENEZIANO
altasanmarco
L'acqua alta a giugno, la sera. Non si era mai vista. E tanto alta, poi. Ma almeno è estate, e la gente può ficcarci dentro i piedi senza troppe preoccupazioni. Le sirene sono suonate verso le quattro del pomeriggio e, a parte qualche incredulo, la città ha incominciato a darsi da fare. Negozi e magazzini a tirare su la merce, gli appartamenti a piano terra a non tirar su nulla se non qualche tappeto o sistemare quella lastra in alluminio davanti alla porta. Spesso inutile, perché nella maggior parte delle abitazioni l'acqua sale dalle "sfese", delle crepe che stanno ai bordi dei pavimenti. Ma che ne sarebbe di venezia senza l'acqua alta? Già, il su e il giù esagerato delle maree mi ha sempre dato l’idea di piccoli, inesorabili naufragi. Dannosi, certo, ma quelle secche forzate e quelle immersioni inevitabili, i veneziani le subiscono regolarmente con la rassegnata dignità di vecchi lupi di mare. Sono sempre stato sedotto da quel sentimento comune di piccola calamità, con la gente con gli stivali che porta in spalla quelli che non ce li hanno, con le file indiane sulle passerelle rallentate da qualcuno impacciato e nessuno che si lamenta. Una specie di ulteriore, naturale educazione alla pazienza per gli abitanti di questa città. Ma la pazienza ha sempre avuto a che fare con l’acqua e viceversa.
Non lo dico mai ad alta voce – mica facile provare a spiegarlo a chi ha una casa o un negozio regolarmente allagati almeno un paio di volte l’anno –, ma per me, Venezia senza l’acqua alta sarebbe un po’ meno Venezia. Anche per questo e altri motivi (non ultimo quello della sua dimostrata inutilità e dannosità), sono contrario al progetto del Mose, quel marchingegno chiamato dighe-mobili.
altascarpe
E allora, metto nel taschino la mia macchina fotografica e, con gli stivali ancora a Mestre, sfrutto tutte le sconte più impensabili. Costeggio , sfioro, spesso ci sprofondo, la marea che sale. Incontro sguardi perplessi, sempre spostati di qualche grado verso il basso, a fissare percorsi allagati, inevitabili per raggiungere casa o qualunque altra meta. Ai bordi di una pozzanghera che si sta trasformando in laghetto, una chiede a un altro che sta arrivando a piedi nudi se "con questi pantaloni riesco a passare".
Le scarpe le ha già strette fra le mani. Subito, si rende conto di avere fatto una domanda ridicola. Si volta verso il gruppetto che la sta guardando e: "No... perché... è che le scarpe e i pantaloni sono nuovi. Le scarpe posso toglierle...". Imbarazzo. Adesso dovrebbe giustificarsi di nuovo e invece parte. Arrotola in fretta i pantaloni zebrati sopra al ginocchio, affonda i piedi nell'acqua e va...
Un'altra ragazza (una che credo di conoscere o almeno di avere conosciuto una volta), se ne sta lì a guardare. Titubante. Poi decide di sedersi al bar lì vicino. Ordina uno spritz e intanto guarda rassegnata l'acqua salire. Lo fa con una certa apprensione. Quando, dopo una quarantina di minuti, me ne vado, lei è ancora lì, a fissare l'acqua...
Più tardi, finito di piovere, Piazza San Marco pare uno di quegli orridi luoghi chiamati Aquafan e roba del genere, ma qui almeno è tutto più spontaneo.Comitive intere fanno scif sciaf nell'acqua. Noi guardiamo e non capiamo se dobbiamo condividerla, quella loro gioia, oppure no. Oppure se indignarci per quella spensieratezza da luna park perché questa - accidenti - è Piazza San Marco. Chissà...

8.6.02

Dalla Nuova Venezia del 7 giugno 2002
E' il record stagionale degli ultimi 100 anni, gravi disagi in tutta la città.
Allarme acqua alta, sale fino a 121 cm. Niente passerelle, il contratto con il Comune non le prevede dopo l'inverno


Acquaalta
VENEZIA. Un'acqua alta eccezionale, che alle 21 ha toccato la punta più alta mai registrata in un secolo a giugno: 121 centimetri. E' quella che ha colpito ieri una Venezia indifesa, perché priva di passerelle, messe in magazzino da Vesta, perché la stagione e il contratto in essere con il Comune non le prevede. A determinare l'eccezionale alta marea il forte vento di scirocco che soffia costante da due giorni.
Per oggi, se le condizioni del tempo - come si spera - miglioreranno, i livelli massimi di marea, sempre previsti intorno alle 21, dovrebbero calare, attestandosi comunque tra i 105 e i 110 centimetri. Previsioni da prendere con le molle, comunque, non per colpa dei tecnici del Centro Maree, ma per le condizioni atmosferiche e meteorologiche in parte imprevedibili.
Anche ieri le previsioni indicavano in precedenza una punta massima di 120 centimetri, ma poi il continuo spirare dello scirocco e il peggioramento del tempo hanno fatto temere che la marea arrivasse a 130 centimetri, solo intorno alle 20 la situazione è migliorata.
Notevoli i disagi per veneziani e turisti, soprattutto - come detto - per l'assenza delle passerelle, inservibili sopra quota 120 centimetri, ma che almeno nel crescere della marea avrebbero limitato i fastidi.
Solo al Lido, all'approdo di Santa Maria Elisabetta, Vesta ha potuto montarle per alcune ore, favorendo se non altro l'esodo verso Venezia e la terraferma di chi si era recato al mare.
Anche per oggi le passerelle non faranno la loro comparsa, perché ci vorrebbero almeno quattro giorni per toglierle dai magazzini dove sono conservate fino a settembre, quando gli accordi tra l'azienda e il Comune - in base anche al normale andamento della marea - prevedono il loro utilizzo. «Si tratta di un fatto eccezionale, che non si era mai verificato negli ultimi cento anni - commenta l'ingegner Paolo Canestrelli, direttore del Centro Maree - in un mese come quello di giugno e che si spiega proprio con la persistenza del vento di scirocco che ha continuato a soffiare in direzione della città. Solo così può giustificarsi un acqua alta di queste dimensioni in un periodo come questo».
Sotto un cielo plumbeo, le sirene hanno cominciato a suonare sin dalle prime ore del pomeriggio per avvertire la cittadinanza del montare della marea.

6.6.02

Tutto il Trap minuto per minuto (uscito sull'Unità del 4 giugno 2002)
Trap
Le partite della nazionale sono le uniche che puoi guardare a tutto volume, ché tanto tutto il vicinato sta facendo la stessa cosa. E poi, con gli orari di quest'anno, c'è poco da disturbare. E le voce di Pizzul e Bulgarelli tutto possono essere meno che fastidiose. Eppure, le partite dell'Italia, bisognerebbe guardarle con le cuffie addosso. La scelta la imponeva già il bizzarro stadio di Sapporo, tutto chiuso, come un palazzetto. E nei palazzetti, si sa, si sente tutto. Ore 13.30, dunque, esordio dell'Italia e cuffie appiccicate ai timpani. Uno spettacolo assoluto. No, non i gol di Vieri o le giocate di Totti. No. Giovanni Trapattoni.
Un titolo mondiale lo abbiamo già vinto: quello del commissario tecnico più pirotecnico del pianeta. Con le cuffie addosso ho ascoltato una telecronaca nella telecronaca. Sotto - ma spesso sopra - il solito compassato Bruno Pizzul, uno spettacolare Trap che non è stato zitto un attimo. Prima ha sussurrato l'inno nazionale a mezze labbra. Poi, dal fischio d'inizio, una furia. "Lascialo lì! Lascialo lì!", "Vai vai Bobo!", e poi subito dopo "Va bene va bene Gianluca", e Zambrotta deve essersi sentito molto gratificato dalle urla positive del Trap. Ha fatto un partitone, lo juventino, là sulla destra, spinto dagli urlacci del mister. E poi i fischi, quelli che Trapattoni soffia coi due mignoli infilati agli angoli della bocca. A un certo punto deve essergli sfuggito anche un "Vai Paolino" di maldiniana memoria. Ogni tanto si rivolgeva pure all'arbitro: "Referee, referee!", e la telecamera lo inquadrava e lui metteva in mostra lo sguardo più sornione possibile. "Non fare fallo. Ecco. Così. Fagli la finta, fagli la finta!". E poi il cambio di Doni con Di Livio. Il momento della scelta è stato chiaro. Quando l'atalantino impacciato, regala un corner all'Ecuador, si sente stentorea la voce del Trap dire "Angelo!", chiamarlo a sé e dirgli di entrare. Grande Trap, che molti erano già pronti a immolare per le scelte tattiche forse discutibili. Macché. Eccolo lì, scatenato in panchina, ad accomopagnare con le sue parole e le sue urla questo mondiale. Uno spettacolo da non perdere.
Il Senegal batte la Francia, alla faccia di Le Pen... (articolo uscito su Nuova Venezia e Altoadige il 3 giugno 2002)
senegal
Non dovrebbe essere così. Non dovrebbe succedere che una partita - pur importante, pur dei mondiali, pur contro i campioni uscenti - finisca per diventare simbolo di qualche cosa. In questo caso di riscatto, di piccola rivincita. Di qualcosa di molto delicato, difficile, profondo. Conflittuale. Qualcosa al cui confronto una partita di calcio sembra una sciocchezza assoluta. Eppure capita sempre la stessa cosa. Era già successo nel '90 quando il Camerun sconfisse i campioni del mondo dell'Argentina. Oggi come allora, la vittoria del Senegal sulla Francia viene subito trasformata dai media in qualcosa di folkloristico. Come se niente fosse, la gioia dei vucumprà viene mostrata strizzando l'occhio. Un atto di beneficienza mediatica. Ventiquattrore, neanche, di solidarietà spicciola, di buffetti virtuali tipo "che carini", "ma che bravi", eccetera eccetera. Poi, fra qualche giorno, al posto di quei che carini si sostituirà di nuovo qualcuno pronto a bruciare la merce da vendere sopra le lenzuola stese in qualche città d'Europa.
Eppure non c'è dubbio che la vittoria senegalese rappresenti comunque una rivincita, alla faccia di Le Pen e della legge Bossi-Fini. Il calcio, lo sport, sa spesso essere più democratico, giusto e solidale di ogni altra cosa. Perché in questo periodo storico, così complicato e difficile ma, spesso, tanto facilmente interpretabile, sembrano essere diventati loro il problema di ogni nostro male. I vucumprà senegalesi. A Venezia è in atto una lotta fra commercianti, gondolieri e bancarellari. Tutti uniti contro i vucumprà. Bersaglio troppo semplice, identificabile e - ma sì, diciamolo - capace di far scatenare la demagogia più spicciola. Quelle lenzuola con le borse taroccate sono da settimane il problema assoluto della città lagunare. Non il moto ondoso, né il gli affitti o l'acqua alta. Ma si sa, lo si è visto in tutta Europa: quello dell'emigrazione è il problema più facile da cavlcare per avere consensi elettorali e non solo. Per carità, un problema, certo, da risolvere, da regolarizzare al più presto. Ma tutto questo accanimento è a dir poco sospetto. E allora ecco arrivare il gol di Bouba Diop, rocambolesco, come i tentativi di piazzarti una borsetta o un accendino o l'elefantino. Ma poi anche un gioco preciso, geometrico, come la loro merce, esposta sopra alle candide lenzuola con ordine e attenzione. E infine la resistenza agli attacchi francesi, a volte affannosi e frenetici, come le improvvise fughe alla vista di qualche divisa. barthez
Non è giusto sia una partita di calcio a essere usata - da noi europei, da noi occidentali - come riscattino temporaneo. No. Però che soddisfazione quel gol, quelle giocate funamboliche di El Hadji Dioul.
senegal
E che immagine, quanta forza, quella foto di Fabien Barthez, portiere della Francia, solo, smarrito in mezzo al campo verde. Sconsolato (come quella di Jospin, che se ne va via, dopo la vittoria xenofoba).
Mentre i vucumprà, finalmente, fanno festa. Ma una partita, loro lo sanno bene, dura solo novanta minuti. Prima e dopo c'è la vita. La quotidianità, quella loro, che con lo sfavillante calcio mondiale non ha proprio nulla a che fare.
E adesso mi abbruttisco davanti alla tv... (articolo uscito su Nuova Venezia e Altoadige il 30 maggio e sull'Unità il 3 giugno)
Arrivano ogni quattro anni. Però, una volta per tutte, è arrivato il momento di confessarlo: ci vorrebbero ogni anno i mondiali. Certo, la loro forza sta proprio nella scansione così lunga. Ma noi tossici del pallone durante gli anni di pausa cerchiamo in tutti i modi di ovviare all'astinenza. Ci appassioniamo per la Premier League inglese e, certi sabato pomeriggio grigi e sonnolenti, va bene anche un Giulianova-Teramo su Raisat. Basta che sia calcio. Ovvio però che per Giulianova-Teramo non sia possibile lasciarsi andare alla ritualità che ogni appassionato vero ha dentro di sé. Quella, solo durante i mondiali puoi sfoggiarla per intero con la quasi certezza ti verrà - forse - perdonata. Una ritualità che ti trasforma, ti abbruttisce, e che mamme, fidanzate, mogli - a fatica - possono tollerare una sola volta ogni quattro anni. Non di più. Del resto, come potrai mai giustificare la spasmodica attesa casalinga (intesa come lo starsene spaparanzati sul divano, canottiera e bermuda, bibite e quant'altro) per una partita tipo Giappone-Belgio? Già. Perché il vero appassionato non ne perderà nemmeno una di partita dei mondiali. Ha chiesto le ferie, ha spedito moglie e figli al mare o ai monti, si è messo in malattia (è o non è malato un tipo del genere?), però non chiedetegli di videoregistrarsele, le partite dei mondiali. Non sia mai. Ma l'animalità del tifoso, le sue manie, le scaramanzie, vengono fuori con le partite della nazionale. Lì, i riti si sprecano. C'è quello che non vuole nessuno accanto, che odia commenti, battute e, soprattutto, domande da strangolamento tipo la classica fidanzata dell'amico che al 23' del secondo tempo, sull'1-1, domanda soave: "Ma che cos'è sto fuorigioco?". No, per questi, la partita va vista in solenne solitudine, con riti assolutamente intimi, tipo indossare la stessa maglietta della prima (eventuale) vittoria, non incrociare mai le gambe, eccetera eccetera. Poi ci sono quelli che invece vogliono fare la squadra. Di solito un gruppo di amici affiatati, con i quali si rispetta in maniera quasi religiosa la disposizione dei posti, sempre gli stessi, scambiarsi delle frasi propiziatorie per poi di solito scadere verso il goliardico ma mai troppo, ché le partite della nazionale sono sacre. Niente Gialappa's, allora, quando gioca l'Italia. Lì è d'obbligo la telecronaca del Pizzul d'ordinanza. La cronaca dei tre simpaticoni può andar bene per Uruguay-Danimarca, al limite.
Quest'anno poi, c'è il problema del fuso orario. La mattina qualche rito sarà necessario cambiarlo (che so, il brindisi a base di grappe per esempio, o la pizza) e bisognerà proteggersi da tutte le invadenze mattutine, tipo il postino con la posta da andar giù a firmare, la donna delle pulizie, la spesa. Il problema sarà per tutti quelli - spero pochi - che non sono riusciti ad avere le ferie. Ma statene certi, qualcosa, si inventeranno.
Nel frattempo, tanti, per tenersi in allenamento, si sono riguardati le partite più memorabili della nostra nazionale. Non c'è giornale che non abbi allegato cassette o dvd e così la mitica Italia-Germania 4-3 ce la siamo rigustata un po' tutti. Magari senza riti o scaramanzie, ma allenando l'occhio alle giuste traiettorie verso il video, ché la televisione nuova - bella, ultrapiatta - chiede incidenze diverse rispetto alla precedente. Già, questo è il vero appassionato: ogni quattro anni un nuovo apparecchio in vista dei mondiali. Ecco, forse anche per questo, e molto altro, è meglio che - tutto sommato - i mondiali se ne rimangano lì, a tirare fuori il peggio di noi solo ogni quattro anni.

La raccolta di figurine... a 40 anni... (uscito su Nuova Altoadige e Unità)
panini
Ricordate la cantilena go-go-go-manca-go-manca-manca-go... variante dialettale del nazionale celo-manca?. La facevi scambiando le doppie. Così, a volte, l'emozione di scartare un pacchetto di figurine dei calciatori può essere lo stesso sia a quarant'anni che a dodici. A me sta succedendo. Poi se parenti, fidanzate e amici dovessero preoccuparsi, che importa? Scarto il pacchetto giallo con l'inconfondile marchio Panini - il lancere su sfondo giallo - e quello di Giappone-Corea 2002. Lo faccio con attenzione: quante volte, da piccolo ho tirato fuori figurine un po' strappate negli angoli? La prima che trovo è la numero 218, tale Ma Mingyu, classe 1970, ma potrebbe sembrare mio zio. Lo attacco sbilenco spero non per l'emozione. Una volta, usando la Coccoina ce la facevi a staccarla e raddrizzarla. Ora, con l'adesivo, no. Poi trovo lo scudetto della Francia, che di lì a qualche pacchetto sarebbe stata la prima doppia e subito anche il primo italiano, Alessio Tacchinardi, uno che non ci sarà, come tanti altri dei 576 della raccolta. Ma poco importa, perché l'album delle figurine Panini è una cosa a parte, con giocatori a parte che hanno come selezionatore chissà quale redattore interno alla casa editrice. Non c'è Roberto Baggio, e molti giornali lo segnalarono appena uscito l'album. Ma non c'era nemmeno su quello del '98, e ci avevo pensato io a ritagliargli una nicchia sulla pagina dell'Italia. Avevo scannerizzato una vecchia figurina, ritoccata con Photoshop, stampa a colori, e il nostro Baggio era dentro al nostro mondiale. Stavolta non so se lo inserirò. Nonostante tutto, nonostante Trapattoni.
L'album dei mondiali. Chi ne ha raccolto almeno una volta le figurine, sa quale fascino porti con sé. Ricordo quello del 1974. L'album aveva la copertina nera e ho sempre avuto in mente solo le pagine dell'Olanda, con quei nomi così pieni di fascino, oggi mitici: Johann Neeskens, Wim Van Hanegem, Ruud Krol e il più grande di tutti, Johann Cruijff. L'unico album che sono riuscito a completare nel corso della mia pur lunga carriera di collezionista. Carriera di cui, come chissà quanti altri, ho capito il significato quando ho incominciato a rivedere i miei vecchi album dei calciatori del campionato italiano - finiti chissà dove - ristampati anni fa dall'Unità di Veltroni. Certo che fare la raccolta a quest'età è molto più facile. Da piccoli, bisognava aspettare le paghette settimanali, le mance dei nonni, sperare che il papà si commuovesse e investisse in qualche bustina il resto del giornale. Oggi 10 pacchetti al giorno significano 5 euro. Ma le facce, le pose delle figurine Panini: inconfondibili negli anni. E che facce e che pose si incontrano sfogliando l'album di quest'anno.
Subito la Francia, campione uscente. E Francia significa Zinedine Zidane, figurina numero 38. C'ho messo un bel po' a trovare Zizou. È successo il 7 maggio, ore 12.43: Zidane è apparso dopo il saudita ("Go") Al-Montashari, dopo Chilavert ("Manca") e Olembe ("Manca"). Un sorriso da campione del mondo, quello di Zidane, con la luce che gli arriva lateralmente, neanche fosse il ritratto di una star di Hollywood.
Ma il fascino vero della collezione di figurine è lo scambio. Gli intervalli a scuola erano un vero e proprio calcio-mercato. Beckembauer valeva come minimo due figurine. Ma ve lo vedete un quarantenne scambiare anche con coetaneo, per carità, le doppie al bar? No. Per fortuna c'è internet, entri sul sito della Panini, ti iscrivi alla mailing list ei voilà. Ti accorgi che il mondo intero fa la raccolta dei mondiali Panini. Adesso me ne mancano 85 di figurine, ma una trentina sono in viaggio per posta da Grenoble e da Città del Messico. Eric fa il ricercatore all'università, Carlos non lo so ma ha più o meno gli anni miei. Una dozzina delle mie sono invece in volo verso Montevideo, dove Antonella, che lavora in un'agenzia di viaggi ed è di origine italiana non sa bene se tifare per la "Celeste" o per gli azzurri. Insomma, le figurine stampate a Modena ti ritornano indietro dall'altra parte del mondo. Chissà allora quale sarà l'ultima, mi chiedo, quella che attaccherò con maggior attenzione e con gesti non privi di una loro solennità: un campione (mi mancano ancora Ronaldo, Crespo, Maldini) oppure, che so, Lee Dong-Guk? Chissà. Magari l'ultimo, in extremis, del mio album sarà anche stavolta una figurina inesistente ma preziosissima. La stessa di quattro anni fa. Quella del nostro Roberto Baggio.